Tra pietra e silenzio L'Europa dei monasteri Che cosa poteva accomunare un monaco irlandese, uno proveniente dall'Italia e un altro cresciuto nelle terre della Normandia? Lingue differenti, consuetudini diverse, distanze che richiedevano settimane di viaggio. Eppure, incontrandosi in un monastero, avrebbero potuto riconoscere qualcosa che li precedeva e li univa. Non era semplicemente una regola condivisa, né l'appartenenza a una medesima organizzazione. Era una ricerca. Quaerere Deum. Cercare Dio. Benedetto XVI, nel celebre discorso al mondo della cultura pronunciato al Collège des Bernardins di Parigi nel 2008, individuò proprio in questa espressione la disposizione fondamentale del monachesimo occidentale. I monaci non intendevano costruire una nuova civiltà. Cercavano Dio, e questa ricerca avrebbe generato conseguenze culturali e sociali che essi stessi non potevano prevedere. È forse da qui che bisogna partire per comprendere il contributo dei monasteri alla formazio...
Tra pietra e silenzio Perché il silenzio era considerato una scuola Entrando oggi in un antico monastero, una delle prime cose che cerchiamo e che continua ad affascinare è la densità del silenzio. Lo immaginiamo nei chiostri, nei corridoi di pietra, nelle celle, davanti alle pagine di un codice. Eppure il monastero medievale non era affatto un luogo privo di suoni. C'erano campane, salmi cantati, passi, utensili, animali, lavori quotidiani. C'erano uomini che pregavano, lavoravano, discutevano e vivevano insieme. Il silenzio monastico non nasceva dunque dall'assenza del rumore. Era qualcosa da apprendere. Era un modo per imparare a non dire tutto, al fine di valorizzare meglio ogni cosa. La Regola di san Benedetto dedica un intero capitolo alla taciturnitas , la custodia della parola. Ed è significativo che Benedetto non presenti semplicemente il silenzio come un divieto di parlare. La questione è decisamente più profonda: riguarda il rapporto dell'uomo c...