Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù salì poi sul monte,
chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici
- che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a
predicare con il potere di scacciare i demòni.
(Mc 3,13-15)
Meditazione
Nel brano dell’evangelista Marco 3,13-15
ci viene narrato il momento in cui Gesù, salito sul monte, chiama a sé i suoi
discepoli, i quali scelgono di seguirlo per diventare suoi apostoli. In questo
brano, Gesù non sceglie casualmente, ma chiama chi desidera e lo invita a stare
con Lui, per formarsi, per ricevere il potere di guarire e per annunciare la
Parola di Dio.
"Gesù salì sul monte e chiamò a sé quelli che
volle."
Gesù ci chiama ad una relazione intima e profonda con Lui. Salire sul monte è un atto simbolico, rappresenta un allontanarsi dalle preoccupazioni quotidiane; un fermarsi e rispondere alla chiamata divina in un luogo di solitudine. Ogni monte è un luogo privilegiato di incontro con Dio, un posto dove siamo invitati a lasciare alle spalle le distrazioni e ad ascoltare la sua voce.
I monti rappresentano la distanza tra il cielo e la terra, la verticalità che separa l'umano dal trascendente, ma al contempo sono spazi in cui l'uomo può elevarsi verso Dio.
Il Monte, nella Sacra Scrittura, è simbolo di un luogo di incontro privilegiato con il divino, di rivelazione e di trasfigurazione.
Nel libro dell'Esodo, il Monte Sinai è
il luogo dove Mosè riceve la Legge di Dio, un incontro che trasforma il popolo
di Israele. Quel monte, imponente e sacro, diventa il segno della legge divina
che guida il cammino dell’uomo verso la giustizia e la verità. Il Monte Sinai
non è solo un luogo fisico, ma un simbolo della lotta interiore dell'uomo che
cerca di elevarsi spiritualmente per accogliere la volontà di Dio.
Nel Vangelo Gesù si ritira spesso sui monti per pregare, come sul Monte Tabor, dove si trasfigura davanti ai suoi discepoli, manifestando la sua gloria. Questo monte diventa il segno della rivelazione piena di Dio, una visione che anticipa la sua risurrezione e la gloria che verrà. Il Monte Tabor diviene un simbolo di speranza, di trasfigurazione e di luce che illumina le tenebre dell’esistenza umana.
Meditare sul Monte, quindi, significa riflettere su questi luoghi sacri e sulle esperienze di incontro che essi rappresentano. Ogni montagna è un cammino da percorrere, una sfida da affrontare, ma anche un punto di arrivo dove la luce di Dio può illuminare il nostro cuore. La montagna ci invita a salire, a superare le difficoltà, a cercare una comunione più profonda con il divino, come Mosè e Gesù hanno fatto.
Salire sul Monte significa anche essere disposti a lasciarci trasformare dalla presenza di Dio, a riscoprire il nostro cammino di fede, purificando il nostro spirito attraverso la preghiera, la meditazione e il silenzio. Il Monte ci parla della distanza che esiste tra la nostra natura umana e la perfezione di Dio, ma allo stesso tempo ci offre la possibilità di avvicinarci a Lui, di toccare la sua maestà e la sua bontà. Il Monte, in definitiva, è il luogo dove possiamo incontrare Dio nella sua grandezza e nella sua misericordia, ma anche un invito a salire verso l’alto, dove la gloria di Dio ci attrae.
"Ne costituì dodici perché stessero con Lui, per mandarli a predicare e per avere il potere di scacciare i demoni."
La chiamata di Gesù non è solo per stare con Lui, ma per essere inviati a portare la Sua Parola e compiere le Sue opere. In questo passo vediamo il duplice aspetto della nostra vocazione: stare con Gesù e essere inviati nel mondo. Non possiamo essere discepoli senza un'intimità con Cristo, ma non possiamo nemmeno vivere questa intimità senza condividerla con gli altri. La nostra chiamata è un invito a essere testimoni, a non tenerci per noi l'amore che riceviamo, ma a portarlo nel mondo.
Questa chiamata è universale, ma personale. Gesù chiama ognuno di noi per nome, desidera che lo seguiamo non come una massa indistinta, ma come persone uniche, con le nostre fragilità e le nostre capacità. Ogni discepolo è scelto per una missione particolare, ma sempre con l'intento di costruire insieme il regno di Dio. Nessuno è escluso dalla Sua chiamata, perché tutti siamo chiamati a essere suoi testimoni, a diventare annunciatori di speranza.
Gesù ci dona anche il potere di "scacciare i demoni". Non si tratta di un potere magico, ma della forza che deriva dalla fede e dall'unione con Lui. Solo con il Suo aiuto possiamo affrontare le difficoltà della vita, superare le nostre paure, guarire le ferite interiori e scacciare ciò che ci allontana dal bene.
“Meditiamo sul significato del chiamare e costituire
nella Sacra Scrittura”
Nel cammino spirituale della Sacra Scrittura, il tema del "chiamare" e del "costituire" si intreccia in una profonda dimensione di relazione tra Dio e l'uomo, rivelando la volontà divina e la risposta dell’essere umano. In molte pagine bibliche, questi concetti non sono semplicemente atti di linguaggio, ma espressioni vive di un incontro che trasforma, dona significato e orienta la vita.
Chiamare
è il segno dell'incontro divino
Nella Bibbia, infatti, il "chiamare" è il primo passo di una relazione d'amore e di fede. Dio non si limita a osservare l'umanità da lontano, ma si avvicina personalmente a ciascun individuo, rivolgendosi a lui con un nome, un appello specifico e irripetibile.
Dio chiama Adamo nel Giardino dell'Eden
(Gen 3,9); chiama Israele a diventare il suo popolo eletto (Es 19,5-6); chiama
i profeti a portare la sua parola al popolo (Is 6,8).
In ogni caso, il "chiamare" è
un atto di misericordia, di predilezione, di invito alla vita, al compimento di
una missione.
Il chiamare di Dio implica sempre una risposta: "Eccomi" (Es 3,4; 1 Sam 3,10), una disponibilità a seguire e ad abbandonarsi alla sua volontà. Il chiamare di Dio non è mai passivo; è una proposta che richiede un’assunzione di responsabilità. In questo incontro, l’uomo scopre chi è veramente, accogliendo il proprio ruolo nel disegno divino.
Nel Nuovo Testamento, il "chiamare" assume una dimensione ancora più intima, in cui Gesù invita a una vita radicalmente nuova, nella quale non c’è più distinzione tra chiamata per una missione temporale e chiamata alla salvezza eterna (Mt 4,19). La chiamata di Gesù è un atto che non costringe, ma che suscita una libertà d’amore, una libertà che permette di rispondere con tutto il cuore.
Costituire: il
dono di una missione e di una nuova identità
Il "costituire", d’altro canto, è il passo che segue il chiamare: è l’affermazione del dono ricevuto e della missione affidata. Dio non chiama senza dare anche una nuova identità, un compito, una responsabilità. Quando Dio chiama, non lo fa per riempire vuoti, ma per dare un significato profondo alla vita dell’uomo. "Costituire" è come far germogliare una vocazione, un ministero, una missione che è peculiare per ciascun individuo, ma che si inserisce armoniosamente nel piano divino. Nel libro della Genesi, quando Dio dà a Adamo il compito di "coltivare" e "custodire" il giardino (Gen 2,15), sta "costituendo" l'uomo come custode e protagonista della creazione.
Nel Nuovo Testamento, l'atto di "costituire" è chiaramente visibile nell'elezione degli Apostoli. Gesù non solo li chiama a seguirlo, ma li costituisce "pescatori di uomini" (Mt 4,19), mettendo nelle loro mani un compito che trascende il tempo e le circostanze terrene. Anche la Chiesa, come comunità di chiamati, è costituita come corpo mistico di Cristo, dove ciascun membro ha una funzione ben precisa e importante, secondo il disegno di Dio (1 Cor 12,12-27). La missione della Chiesa è quella di continuare ad essere luogo di chiamata e costituzione, dove ogni battezzato riceve la sua vocazione e il suo ministero.
Chiamare e costituire nella Sacra Scrittura non sono azioni separate, ma fanno parte di un cammino che porta a diventare ciò che Dio ha pensato per noi. Attraverso la sua chiamata, Dio offre una pienezza di vita che solo Lui può donare.
La nostra risposta, quindi, è la chiave
per entrare pienamente nel Suo progetto, accettando la nostra vocazione e
vivendo nella fiducia che ogni passo, ogni decisione, ogni piccola missione è
parte di un disegno di amore che va oltre le nostre comprensioni. Come il seme
che cade nella terra e germoglia, così anche noi siamo chiamati a rispondere
con fiducia alla nostra "chiamata", lasciandoci ri-plasmare come
nuove creature, piene di vita in Cristo.
Attraverso la meditazione del brano evangelico di Marco, Gesù ci invita ad alzare gli occhi verso il "monte" della Sua chiamata. Ci chiede di rispondere con fiducia, disposti a stare con Lui e a vivere la nostra vita come un segno della Sua presenza nel mondo. Siamo chiamati e costituiti, non per operare nella solitudine, ma con Lui, nel Suo amore che ci rende forti.
Per
la riflessione personale:
1. Cosa significa per me "stare con Lui" prima di agire nella mia vita quotidiana? In che modo la mia relazione con Gesù influisce sulle azioni che compio?
2. Qual è la mia missione personale nella vita? Come posso discernere ciò che Dio mi chiede di fare, e come posso rispondere a questa chiamata con fede e coraggio? In che modo e dove utilizzare i doni che Dio mi ha dato?
3. C'è un momento specifico nella mia
vita in cui sento una chiamata particolare di Dio? Come posso discernere se
questa chiamata è autentica e cosa mi chiede di fare? Questa chiamata mi fa
stare bene?


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