Nella parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37), Gesù non offre solo una lezione di carità, ma una chiave profonda per interpretare la vita, anche quella più concreta e quotidiana della coppia e della famiglia. È un racconto che ci interpella sul senso della prossimità, del prenderci cura gli uni degli altri, specialmente quando l’amore passa dalla vetta dell’idealizzazione alla valle della realtà ferita.
Ogni storia d’amore inizia, per così dire, a Gerusalemme, quale città “sul monte”, luminosa, nobile, simbolo delle grandi attese. Quando due persone si uniscono nel matrimonio cristiano, portano con sé una visione alta: la speranza di costruire qualcosa di bello, stabile, eterno. A Gerusalemme si pronunciano le promesse, si immaginano figli, si sogna la casa, la pace, la fedeltà senza sforzo. Ma chiunque abbia fatto — o stia facendo — esperienza di un amore vissuto a lungo sa che l’amore non resta sospeso sulle alture: prima o poi, la vita di coppia affronta la discesa verso Gerico.
Gerico, invece, è la città “sotto il livello del mare”, la profondità in cui la realtà si mostra senza veli. È il luogo in cui emergono le fatiche: incomprensioni, fragilità, crisi economiche, tensioni educative, stanchezze affettive. È lì che tanti matrimoni si ritrovano “mezzi morti sul ciglio della strada”, colpiti da ferite spesso invisibili, ma dolorose.
Durante questa discesa, alcuni passano oltre, per indifferenza o spiritualità disincarnate: come il sacerdote e il levita della parabola, che rappresentano chi pensa che basti la forma, la ritualità o la pretesa della perfezione.
Ma l’amore vero, ricorda Papa Leone XIV, non fugge davanti alle ferite. Si ferma. Si sporca le mani. Si prende cura.
Su questa strada di fatiche arriva il Samaritano. La parabola lo presenta come “esperto” nell’amore e uomo capace di prossimità. Nella sua figura riconosciamo Cristo stesso, il quale sceglie di salvarci non dall’alto dei cieli, ma dalla strada polverosa in cui siamo caduti. Egli non si scandalizza delle nostre ferite, ma si avvicina, si piega, fascia e consola.
La sua prossimità non è compassione emotiva, ma gesto concreto d'amore. Il Samaritano tocca, cura, trasporta, paga. In lui, la prossimità diventa cura dell’altro nella sua interezza.
È questa l’immagine dell’amore coniugale e familiare: un amore che non resta ai margini, ma che si coinvolge profondamente.
Cristo, Buon Samaritano delle famiglie, si fa prossimo alle nostre idealizzazioni infrante. E a chi ancora crede nel futuro dell’amore, affida due monete preziose: la relazione e la comunione.
La relazione è l’arte del dialogo quotidiano, dello sguardo che cerca e ascolta, della vicinanza che non teme il conflitto ma lo attraversa con pazienza. Relazione è scegliere l’altro ogni giorno, anche quando non lo si comprende pienamente.
La comunione, invece, è il passo ulteriore: è la capacità di camminare insieme, anche in mezzo alle differenze. È costruire un “noi” più forte del “tu” e “io”, dove non si tratta di vincere, ma di amare di più. È aprire spazi di perdono, processi di riconciliazione, aperture al mistero dell’altro che mai si possiede, ma certamente si accoglie.
Queste due monete sono risorse spirituali ed esistenziali che fanno durare l’amore, anche nei tempi difficili. Chi le investe nel proprio matrimonio e nella propria famiglia si fa prossimo, nel modo più vero.
La parabola del Buon Samaritano ci ricorda che la prossimità non è un’emozione, ma una decisione. Una scelta quotidiana di cura, di fedeltà concreta, di dedizione, anche quando l’altro appare ferito, distante, cambiato.
Nella Chiesa e nelle famiglie di oggi, abbiamo bisogno di riscoprire questa prossimità che salva: un amore che non ha paura della realtà, che non vive nel rimpianto di Gerusalemme, ma si rimbocca le maniche a Gerico. Un amore che non si accontenta di passare oltre, ma si ferma, si china e risolleva.
Bisogna esserci in due. E poi peggio: in tre, quattro.., troppe variabili. Troppe tensioni egoismi, troppo Tutto. E la barca affonda. Perché non può remare in mare aperto o calmo solo un marinaio! Teoria pari ad esperienza. È la mia personalissima opinione.
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