Il contesto sociale nel quale ci troviamo inseriti, rivela un mondo in continuo cambiamento e particolarmente segnato da processi veloci. Diversi fattori incidono sulla nostra mente costantemente accelerata alla ricerca di obiettivi, risultati, riconoscimenti, nuovi stimoli. Colmi di pensieri, paure, giudizi, aspettative ci siamo convinti che diventare adulti significhi imparare a resistere, affrontare, sopportare, costruire difese. L'inevitabile dovere di apprendere l'arte della vita spesso ci ha convinti che non valga la pena impegnarsi per essere autenticamente protagonisti del nostro tempo, cedendo alle mode comuni o alla rassegnazione. Nell'uno o nell'altro caso la domanda è sempre la stessa: chi ci ha rubato l'innocenza?
Col tempo, quasi senza accorgercene, ci siamo allontanati da quella leggerezza, così naturale nei bambini. La fiducia, che una volta ci abitava senza fatica, oggi sembra un lusso rischioso. Meglio non aprirsi troppo, ci viene ricordato. Eppure, proprio in mezzo a questo groviglio di relazioni, continua a risuonare una frase di Gesù che spiazza e, al tempo stesso, affascina: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli.”
Ma, oggi, cosa significa diventare come bambini? Non è certo un invito a fingere di non sapere ciò che la vita ci ha insegnato, né a chiudere gli occhi di fronte alla complessità. Gesù non parla di una regressione, ma di una trasformazione. Non si tratta di tornare indietro, ma di scegliere consapevolmente un modo diverso di stare al mondo e di andare avanti. Nel senso più profondo, farsi come bambini, significa guardare la vita con meraviglia, accoglierla con fiducia, vivere l’oggi senza essere prigionieri del passato o ossessionati dal futuro. Significa anche sapere che si può essere amati senza doverlo meritare ogni volta, e non vergognarsi di chiedere aiuto, di aprirsi, di mostrarsi fragili. La semplicità di cui parla il Vangelo non è ingenuità, ma libertà del cuore.
Certo, tutto questo non è facile. Crescendo, impariamo a difenderci. Le esperienze dolorose ci spingono a costruire corazze: diventiamo più cauti, più razionali, più esigenti con noi stessi. Sviluppiamo l’idea che ogni cosa vada meritata: l’amore, il rispetto, perfino il perdono. Così, poco a poco, ci dimentichiamo di essere figli. Ci affanniamo per essere all’altezza, per controllare tutto, ma finiamo spesso per sentirci soli, stanchi, pieni di giudizi – soprattutto verso noi stessi.
Ma la buona notizia è che non è mai troppo tardi per ricominciare. Non per tornare all’infanzia biologica, ma per entrare in una seconda innocenza. Non si tratta dell’innocenza che nasce dall’ignoranza, bensì di una forma di fiducia che nasce dopo aver conosciuto la fatica, dopo aver attraversato il dolore. È una leggerezza consapevole, non ingenua. Una scelta di libertà che non nasce dalla fuga, ma dall’accoglienza della vita, così com’è.
Questa strada verso un cuore semplice può iniziare anche con piccoli gesti quotidiani. Fermarsi, per esempio, anche solo per qualche minuto al giorno. Respirare. Ascoltare il silenzio. Rallentare il ritmo. In quei momenti può riemergere una presenza interiore che troppo spesso mettiamo a tacere. Allo stesso modo, si può imparare a guardare il mondo con occhi nuovi, riscoprendo la bellezza delle piccole cose: un volto, un sorriso, un albero mosso dal vento. I bambini si meravigliano per natura; noi possiamo farlo per scelta.
Un altro passo fondamentale è imparare a smettere di giudicarci continuamente. La verità è che non saremo mai perfetti, e va bene così. Ma siamo amati comunque. Accogliere questa verità, lasciarla scendere nel cuore, cambia profondamente il modo in cui ci trattiamo. E cambia anche il nostro modo di relazionarci con gli altri.
Forse il gesto più controcorrente che possiamo compiere oggi è proprio questo: tornare a fidarci di Dio, degli altri, della vita. Non ciecamente, non senza discernimento, ma con la scelta di credere che il bene è sempre possibile. Che non tutto è perduto. Che vale la pena sperare. E nel mezzo di tutto questo, la preghiera può tornare ad essere semplice, vera, libera da formalismi. Parlare con Dio come farebbe un bambino: senza maschere, senza strategie. Anche solo per dire “Aiutami” o “Grazie”.
Diventare come bambini, allora, non è una fuga dalla realtà. È un modo nuovo — e profondamente umano — di abitarla. Non è debolezza, ma forza. Non è rinunciare alla maturità, ma lasciare che la maturità stessa si apra alla fiducia. È smettere di voler controllare tutto, per tornare a vivere ciò che conta davvero.
Il Regno dei cieli — che non è solo un aldilà lontano, ma anche una dimensione interiore di pace, gioia, libertà — è di chi ha il coraggio di fare spazio a un cuore semplice. Di chi sa accogliere, anziché trattenere. Di chi, nel mezzo del caos, sceglie ancora di amare, sperare, credere.
Forse oggi, in un mondo che ci chiede sempre di essere “di più”, la cosa più vera e liberante che possiamo fare è proprio questa: imparare ad essere “di meno”, per tornare finalmente ad essere noi stessi.
Sac. Simone Vittorio Gatto

Tutto bellissimo. Tutto abbastanza VERO. Molto speranzoso considerando la fortuna di essere potuti ESSERE BAMBINI! Chi ha avuto la fortuna di esserlo stato BAMBINO. MA, purtroppo, per svariati motivi, ci sono umani che non l’hanno mai sperimentata questa FASE… Sono dovuti diventare ADULTI TROPPO PRESTO e ….sfuggire alla propria famiglia. E dei bambini innocenti di GAZA, cosa vogliamo dire LORO. Don Simone Egregio, Lei, cosa suggerisce…
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