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Dalla ragione al desiderio: Sant’Anselmo e il mistero dell’anima immortale


 

Sant’Anselmo d’Aosta (1033–1109), monaco benedettino, abate di Bec e poi arcivescovo di Canterbury, è noto per la celebre formula del suo metodo: “fides quaerens intellectum” (la fede che cerca di comprendere). Tuttavia, anche il suo pensiero sull’anima non è esente da questo desiderio di spiegare razionalmente una realtà spirituale, di cui la ragione sembra capace. Per Anselmo, infatti: l’anima non è solo oggetto di fede, ma anche realtà che la ragione può in parte riconoscere come immortale e spirituale.


Nel Monologion, Anselmo riflette sul fatto che l’uomo è creato a immagine di Dio (cf. Gen 1,26). E poiché Dio è spirito, anche l’anima umana deve essere una realtà spirituale, distinta dal corpo e superiore a esso. Egli, infatti, sostiene che: “L’anima razionale è una sostanza vivente, semplice e incorporea, dotata della capacità di conoscere e di amare Dio” (Monologion, cap. 68).

Questa definizione esprime una visione fortemente agostiniana: l’anima è principio di vita, ma anche di intelligenza e di libertà. In essa risplende l’immagine divina, proprio per la sua apertura alla verità e all’amore.


Nel De immortalitate animae, scritto in forma di dialogo, Anselmo affronta razionalmente la questione dell’immortalità. L’anima, dice, non può morire, perché la sua natura è semplice e spirituale: non composta di parti materiali, non è soggetta alla corruzione. L’anima non perisce, poiché non è composta: ciò che è semplice non può dissolversi in parti (cf. De immortalitate animae, c. 1–2).

Ma l’argomento non è solo ontologico. L’anima, infatti, essendo capace di conoscere le verità eterne e di desiderare il Sommo Bene, non può esaurirsi nella temporalità ma “desidera Dio come fine supremo e non potrebbe desiderarlo se fosse destinata a non raggiungerlo mai” (Ibidem, c. 5).

Così, per Anselmo, l’immortalità dell’anima è una conseguenza della sua vocazione al “Bene eterno”.


Nel De conceptu virginali et de originali peccato e in alcune lettere spirituali, Anselmo parla dell’unione dell’anima con il corpo, ponendo la domanda che tanto appassionava i medievali: dove risiede l’anima?

Egli, pur non fornendo una risposta anatomica, per lui senza importanza, chiarisce che l’anima è tutta nel corpo e in ogni sua parte, come forma che dà unità e vita al composto umano. Scrive: “L’anima è presente tutta in tutto il corpo e in ciascuna delle sue parti, non localmente ma per virtù vivificante” (Epistola ad discipulum de anima, in Opera omnia, ed. F. S. Schmitt, II, p. 133).

L’anima, dunque, non ha una “sede spaziale” (come nel cuore o nel cervello), ma è il principio formale della vita del corpo. Essa unifica, muove e orienta il corpo all’agire secondo ragione. 

Sarà Tommaso a riprendere e ampliare questa visione, sostenendo che l’anima è l’atto primo di un corpo organizzato e disposto alla vita. Dunque, non è una sostanza separata che “abita” il corpo (come se il corpo fosse una prigione o un vestito), ma ciò che dà forma e vita alla materia corporea.


Come in tutta la teologia anselmiana, anche qui la riflessione sull’anima trova il suo centro unificante in Cristo. Infatti, solo il Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo, mostra in pienezza che l’anima è fatta per Dio e destinata alla comunione eterna con Lui. Con toni decisamente agostiniani, infatti, Anselmo affermerà che: “L’anima umana trova la sua pace soltanto quando riposa in Dio” (Proslogion, c. 1).


Quanto espresso in questo breve percorso, volto a ri-centrare il nostro sguardo su un tema metafisico, ontologico e spirituale, dentro una società tecnica, materialista e trans-umana, ci porta a considerare come per Anselmo, l’anima sia spirituale, immortale e presente nel corpo come principio vitale, ma non confinata in alcuna parte di esso. L’anima, infatti, per Anselmo è il luogo dove l’uomo incontra Dio, il segno più alto della somiglianza con il Creatore. Con toni ancora più marcati, arriverà a insegnare che l’immortalità dell’anima non debba considerarsi semplice sopravvivenza, ma apertura alla pienezza della Vita, che è Dio stesso. 


Sac. Simone Vittorio Gatto


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