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La via di Damasco e la direzione dell’esistenza: quando tutto converge



La festa della Conversione di San Paolo non celebra semplicemente un cambiamento morale né un improvviso risveglio religioso. Essa custodisce il mistero di una vita che cambia direzione perché intercettata da un centro nuovo, capace di riunificare ciò che era disperso. In questo senso, convertirsi può essere inteso, in modo fecondo e teologicamente fondato, anche come convergere.


L’esperienza di Paolo sulla via di Damasco non è anzitutto la storia di un uomo che decide di cambiare idea, ma di un uomo raggiunto. Saulo non è in ricerca, non è inquieto, non è in crisi: è coerente, determinato, persino zelante. E tuttavia la sua vita è orientata nella direzione sbagliata. La luce che lo abbatte a terra (cf. At 9,3–4) non distrugge la sua identità, ma la ri-orienta: tutto ciò che prima era proteso contro Cristo viene ora progressivamente ricondotto a Lui.


Qui si coglie il senso profondo della conversione cristiana. Il verbo biblico convertirsi indica un ritorno, un cambiamento di mente e di cuore; ma l’evento paolino mostra che questo ritorno non è circolare né intimistico. È una convergenza verso un centro personale: Cristo vivo, che chiama per nome e riorganizza l’esistenza attorno a sé.


In Paolo la conversione è un vero ritorno all'unità con Dio e con sé stesso. Le sue energie, la sua intelligenza, la sua passione, persino la sua radicalità non vengono eliminate, ma unificate. Ciò che prima era frammentato o orientato in modo conflittuale trova ora una direzione comune. Convertirsi, in questo senso, significa cessare di essere dispersi, interiormente divisi, moltiplicati in obiettivi concorrenti, per convergere verso ciò che dà unità alla vita.


Paolo stesso interpreterà la sua conversione in termini sorprendentemente radicali: «ultimo fra tutti, come a un aborto, apparve anche a me» (1Cor 15,8). Cristo gli si manifesta quando la sua vita è, paradossalmente, fuori posto: viva, ma generata contro la vita. L’incontro con il Risorto non è solo riorientamento, ma rigenerazione. Colui che si riconosce come “non nato” viene rimesso al mondo, riportato alla vita vera. La convergenza verso Cristo è così anche un passaggio dalla sterilità alla fecondità, da un’esistenza deformata a una vita finalmente generata.


Questa prospettiva consente anche di superare una visione riduttiva della conversione come puro fatto individuale. Paolo non converge solo interiormente verso Cristo; viene simultaneamente inserito in un corpo, la Chiesa. «Va’ nella città e ti sarà detto ciò che devi fare» (At 9,6): la convergenza verso Cristo genera sempre una convergenza ecclesiale. Più ci si avvicina al centro, più ci si scopre vicini gli uni agli altri.


Intendere la conversione come un convergere aiuta inoltre a evitare un equivoco frequente: la conversione non è il risultato di uno sforzo di autoperfezionamento né l’esito di una strategia morale. È risposta a un’attrazione. Come Paolo stesso confesserà, è Cristo che “lo ha conquistato” (cf. Fil 3,12). La verità non si impone, ma si offre; non costringe, ma chiama. La convergenza cristiana non è livellamento, bensì attrazione verso un centro che salva le differenze e le orienta.


Celebrando la conversione di San Paolo, la Chiesa è così invitata a interrogarsi non solo su quanto cambiamo, ma su verso dove stiamo andando. Convertirsi non è aggiungere qualcosa alla propria vita, ma ritrovare il punto verso cui tutto può finalmente convergere. È lasciarsi raggiungere da Cristo perché ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che desideriamo non resti disperso, ma diventi una vita unificata, abitata, inviata. 


Don Simone Vittorio Gatto 

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