Se l’inquietudine fosse vocazione?
C’è un momento nella vita in cui il cuore non riesce più a restare fermo.
Non per insoddisfazione sterile, ma per una specie di energia interiore che spinge in avanti.
È l’inquietudine dell’esploratore e, insieme, la gioia dell’innamorato.
Entrambi hanno una cosa in comune:
non possono restare immobili.
Sentono che la strada li chiama.
Li pro-voca.
Non è una provocazione aggressiva.
È una chiamata che nasce da dentro.
Una voce che dice: la tua vita può diventare più grande di quanto immagini.
La Prima Lettera di Pietro ci ricorda che la vita non si compie evitando le ferite, ma imparando ad attraversarle.
Cristo non ha scelto la fuga.
Ha scelto la fedeltà.
E proprio da quella fedeltà è nata la guarigione: «Dalle sue piaghe siete stati guariti.»
Questo significa che la vocazione non è il cammino dei perfetti.
È il cammino di chi accetta di crescere, di cambiare, di mettersi in gioco.
Di chi non ha paura di partire.
Nel Vangelo, Gesù usa un’immagine semplice e potentissima: parla di una voce che chiama per nome.
Non una voce generica.
Una voce personale.
La vocazione comincia sempre così:
non come un progetto, ma come un incontro.
Non come un dovere, ma come una attrazione.
È la scoperta che la tua vita non è destinata a ripetersi, ma a compiersi.
Ci sono persone che vivono aspettando sicurezza.
E altre che vivono rispondendo a una chiamata.
La differenza non è il coraggio.
È la fiducia.
Chi ascolta una voce vera non rimane fermo.
Si muove.
Cambia.
Cresce.
Perché capisce che la vita non è fatta per essere trattenuta, ma per essere donata.
Forse anche tu, in questo momento, senti qualcosa che ti inquieta.
Un desiderio che non si spegne.
Una domanda che ritorna.
Una strada che continua a bussare al tuo cuore.
Non ignorarla.
Potrebbe essere la tua vocazione.
Potrebbe essere la vita che trova il suo senso.
Don Simone Vittorio Gatto
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