La Pentecoste ci ricorda una cosa semplice ma fortissima: Dio non chiama persone perfette. Chiama persone vive. Persone vere. Persone che magari hanno paura, dubbi, ferite, sogni confusi… proprio come gli apostoli chiusi nel cenacolo.
Eppure lo Spirito entra lì dentro. Non aspetta che siano pronti. Li accende.
Forse oggi il problema non è che Dio non chiami più. Forse siamo noi che viviamo con troppe voci addosso per riuscire ad ascoltare quella giusta.
La vocazione non è prima di tutto “fare il prete” o “diventare suora”. La vocazione è scoprire per chi e per cosa valga la pena spendere la vita. È capire dove il tuo cuore smette di sopravvivere e comincia finalmente a vivere davvero.
Lo Spirito Santo non crea copie, ci direbbe San Carlo Acutis.
Non standardizza nessuno.
Non ti chiede di essere qualcun altro.
Ti insegna, invece, a diventare pienamente te stesso.
Per questo la Pentecoste è una festa giovane: perché parla di fuoco, di futuro, di partenze, di coraggio. Parla di ragazzi che smettono di restare fermi e iniziano a credere che la loro vita possa avere un senso grande.
E forse la domanda più vera non è: “Cosa farò nella mia vita?”
Ma: “Per chi desidero diventare un dono?”
Dio continua a passare nelle nostre vite così: senza rumore, ma con una forza capace di cambiare tutto.
A volte dentro una inquietudine.
A volte in un incontro.
A volte durante una preghiera fatta male.
A volte nel desiderio inspiegabile di qualcosa di più.
La vocazione nasce lì: quando smetti di accontentarti di una vita piccola.
E allora la Pentecoste, oggi, è proprio questo: lasciare una finestra aperta allo Spirito, perché entri anche nelle nostre stanze chiuse, nei nostri “non ce la faccio”, nei nostri “non sono abbastanza”.
Perché Dio non cerca supereroi.
Cerca cuori disponibili.
Non sono capace Signore di risponderti "Ti amo" ma nel mio "Ti voglio bene" c'è tutto ciò che sono.
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